Sul palco del Festival di Luce! a Firenze, Carlo Conti si è raccontato senza filtri: la scelta di seguire la passione, il valore degli errori, l’identità fiorentina portata con orgoglio e la pressione della direzione artistica di Sanremo che, confessa, gli toglie il sonno nelle settimane decisive. Un ritratto umano e professionale che illumina il suo metodo e il suo successo televisivo.
Passione contro posto fisso
Conti ricorda la svolta: lasciare un lavoro sicuro per inseguire la radio, “togliendo i filtri” e scegliendo di essere sé stesso, nonostante i timori iniziali della madre che poi lo ha sostenuto con forza. È la storia di un rischio calcolato, nato dal rifiuto di passare le giornate in un ruolo che non amava e dalla decisione di trasformare una passione in professione. Il suo augurio ai giovani è chiaro: trovare la strada per rendere il talento un lavoro.
La filosofia della leggerezza
Nel suo modo di fare tv, Conti rivendica la “leggerezza” come responsabilità e misura: intrattenere, rispettare il pubblico e dare il giusto peso alle cose, sapendo che un programma può anche sbagliare senza drammi. Questa prospettiva disincantata, dice, nasce dalla consapevolezza che la tv non riguarda la vita o la morte, ma può regalare sorrisi e inclusione di gusti diversi.
Crescita lenta, solide radici
Conti sottolinea di non essersi mai esaltato: una carriera costruita gradino dopo gradino, con la stessa mentalità delle piccole radio, lontano dai riflettori romani e vicino agli amici di sempre a Firenze. La costanza ha fatto da antidoto alle delusioni: ogni passaggio è arrivato quando era davvero pronto, con l’umiltà di imparare dagli errori.
Identità fiorentina come cifra
La “fiorentinità” è diventata cifra stilistica: se all’inizio smussava l’accento, oggi ci gioca, rivendicando uno spazio accanto ai colleghi milanesi e romani. È un modo per portare autenticità in scena, trasformando la parlata in tratto identitario e ponte con il pubblico.
Corpo, immagine e autoironia
Parlando del corpo, Conti mostra leggerezza e ironia: niente imbarazzi per i capelli perduti, mentre l’abbronzatura resta una firma personale coltivata tra giardino e mare da giugno a settembre. Racconta il suo amore per il sole con autoironia, descrivendosi come “una lucertola” che salta il passaggio al rosso verso il nero, un dettaglio che umanizza la figura del conduttore.
Sbagliare per migliorare
Gli errori sono, per Conti, materiale di crescita: programmi che non hanno funzionato o scalette da rivedere fanno parte del mestiere e non vanno rimossi, ma compresi. L’idea chiave è che senza sbagliare non si impara, e il coraggio sta anche nel dire “ho sbagliato” senza vergogna.
Sanremo: la “bistecca” sono i Big
Da direttore artistico, la pressione vera arriva con la scelta dei Big, la “bistecca” del Festival, mentre tutto il resto è contorno: ospiti, immagine, co-conduzioni nascono dall’esperienza, ma la tenuta dipende dalle canzoni. Conti ammette di togliersi il sonno a novembre quando il quadro si decide, tra 500-600 brani da cui selezionarne 26, cercando di intercettare generazioni e generi anche lontani dal proprio gusto.
Il criterio: ascoltare oltre sé stessi
La regola è sospendere il gusto personale per leggere quello del pubblico, un esercizio di empatia editoriale che a volte riesce, altre meno, e che richiede anche fortuna con le canzoni. Non mancano i momenti difficili: dire “no” ad amici e artisti stimati è la parte più dura, mitigata solo da messaggi sinceri a chi è rimasto fuori.
Maestri e riferimenti
Tra gli affetti artistici cita Lucio Dalla, “folgorante” nelle canzoni, e rende omaggio a Pippo Baudo, maestro di una televisione che ha fatto scuola e da cui Conti ha preso esempio per poi trovare la propria cifra. È una linea di continuità con chi ha definito il linguaggio dell’intrattenimento italiano.
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