Katy Perry contro Trump per la sua Firework usata sui raid in Iran

Prima di lei anche Ariana Grande, Olivia Rodrigo e Kesha avevano protestato per l'uso non autorizzato dei propri brani.

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Katy Perry

Katy Perry si è scagliata pubblicamente contro la Casa Bianca dopo aver scoperto che il suo celebre brano Firework è stato utilizzato come colonna sonora di un video sui raid statunitensi contro l’Iran. Il filmato, pubblicato sull’account TikTok ufficiale della Casa Bianca, mostra immagini di operazioni militari, incursioni aeree e scene di distruzione, con il ritornello della canzone montato in modo da far coincidere il celebre triplice “boom” con il fragore delle esplosioni.

Il video, corredato da una didascalia di avvertimento all’Iran e da un’emoji a forma di fuochi d’artificio, ha superato i sei milioni di visualizzazioni, scatenando un’ondata di reazioni sui social e riportando al centro del dibattito il tema del controllo degli artisti sulla propria musica.

La reazione di Katy Perry su X

Attraverso un post pubblicato su X, Katy Perry ha preso nettamente le distanze dall’operazione. Si è detta profondamente sconvolta e arrabbiata nel ritrovare il proprio brano trasformato in sottofondo di scene belliche, sottolineando di non essere mai stata contattata né di aver concesso alcuna autorizzazione.

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La cantante ha ricordato le ragioni che l’avevano spinta a scrivere il pezzo, uscito nel 2010 come terzo singolo dell’album Teenage Dream: un inno alla speranza, alla guarigione e alla forza interiore, pensato per chi attraversa i momenti più difficili della vita. Vedere quel messaggio piegato a fare da sfondo alla violenza, ha spiegato, rappresenta secondo lei un completo stravolgimento del significato originario della canzone. La sua musica, ha concluso, serve a unire le persone e non a celebrare la guerra.

Il nodo dei diritti e la vendita del catalogo

Sotto il post di Katy Perry, diversi utenti hanno fatto notare un dettaglio che complica la vicenda: nel 2023 l’artista ha ceduto a Litmus Music, società controllata dal fondo Carlyle Group, i diritti relativi a master e publishing dei primi cinque album pubblicati tra il 2008 e il 2020, tra cui Teenage Dream e quindi anche Firework. Un’operazione riportata da Billboard e Deadline per un valore stimato di 225 milioni di dollari.

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La vendita del catalogo, tuttavia, non implica automaticamente che chiunque possa utilizzare il brano senza autorizzazione: le licenze necessarie dipendono dal tipo di sfruttamento, dalla piattaforma e dai diritti coinvolti. In molti, però, hanno risposto al post della cantante con un’immagine tratta dal videoclip di Part of Me, in cui Katy Perry veste i panni di una soldatessa, accompagnata dalla domanda provocatoria “This you?”.

Non è la prima volta: la lista si allunga

La protesta di Katy Perry non è un caso isolato. Negli ultimi mesi diversi artisti hanno contestato l’uso non autorizzato dei propri brani da parte dell’amministrazione Trump in contenuti legati a operazioni militari o di sicurezza interna. A giugno era toccato ad Ariana Grande, contrariata per l’impiego di un suo pezzo in un video collegato alle politiche migratorie e alle operazioni dell’ICE.

Anche Kesha e Olivia Rodrigo avevano alzato la voce in precedenti occasioni, così come Sabrina Carpenter, Zara Larsson e persino gli MGMT. Un fronte sempre più ampio di musicisti che rivendica il controllo sulle proprie opere, anche quando i diritti economici sono passati nelle mani di società terze attraverso la vendita del catalogo.

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Un dibattito destinato a durare

Il caso di Firework riporta l’attenzione su un tema che negli ultimi anni sta diventando centrale nell’industria musicale, quello della gestione dei diritti d’autore dopo le grandi operazioni di vendita dei cataloghi. Con un numero crescente di artisti che cedono i propri master a fondi d’investimento e società specializzate, la domanda che si pone la vicenda di Katy Perry riguarda il futuro controllo creativo su brani ormai diventati patrimoni economici di terzi.

Resta da vedere se la protesta della popstar avrà conseguenze concrete o se, come già accaduto in casi analoghi, la vicenda si esaurirà in uno scambio di battute sui social senza reali ripercussioni legali.

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