Mara Maionchi non cambia registro. Ospite del De Core Podcast, condotto da Alessandro Pieravanti e Danilo da Fiumicino, la produttrice discografica bolognese ha commentato la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con Per sempre sì e il successivo approdo all’Eurovision di Vienna con la schiettezza che da decenni la rende una delle voci più autorevoli e al tempo stesso più scomode del panorama musicale italiano.
Il giudizio è articolato, ma la sintesi è lapidaria. Maionchi aveva previsto la vittoria del cantante campano: “Era l’unica cosa precisa”, dice, lasciando intendere che il livello complessivo della gara non fosse particolarmente elevato. E aggiunge, con una battuta che difficilmente passa inosservata: “Non è che ci fossero i Beatles, eh”. Una frase che dice tutto senza dire troppo, come solo lei sa fare.
“Per sempre sì” piace, ma non convince: il nodo della tradizione melodica
Sul brano in sé, Maionchi è ancora più diretta. Non lo ama, e lo dice senza giri di parole. Il motivo non è personale nei confronti di Da Vinci, ma affonda le radici in una visione precisa del mestiere musicale: “Io non amo la canzone tradizionale. A Napoli hanno fatto delle robe meravigliose, ma Sal Da Vinci ha fatto una canzone tradizionale. A Sanremo c’erano delle cose carine, non sufficienti. E ha vinto”. È una critica al sistema prima ancora che all’artista, un atto d’accusa verso un festival che, secondo la produttrice, premia spesso la mediocrità del contesto piuttosto che il talento assoluto.
Anche sull’Eurovision il giudizio non è entusiasta: “C’è della roba di mia zia, non è così moderno”. Il punto, chiarisce Maionchi, è che lei predilige “le cose particolari”, e Da Vinci, per quanto sia “un po’ il canto all’italiana”, non rientra in quella categoria. Eppure, alla fine, la produttrice non dimentica l’umanità: “È una persona perbene. Ha sempre fatto il suo lavoro. Per cui perché no?“. Un riconoscimento sincero, nella sua semplicità, che pesa più di qualsiasi elogio di circostanza.
Autotune, rap e i grandi dell’altro ieri: la visione musicale di Maionchi
Il discorso su Sal Da Vinci si inserisce in una riflessione più ampia sulla musica italiana contemporanea. Maionchi non risparmia nessuno. Il rap, ad esempio, viene letto come un genere che abbassa il livello tecnico richiesto ai propri interpreti: “Toglie un grande impegno a chi vuole farlo, anche se non sai cantare. Basta che racconti cose intelligenti. Se dici pure delle stupidate, no”. Ancora più dura la posizione sull’autotune: “Mi dà un fastidio fisico. Chi canta deve cantare. Io preferisco la realtà”.
Diverso il tono quando si parla dei grandi con cui ha lavorato nel corso della sua carriera. Gianna Nannini occupa un posto speciale: donna “rivoluzionaria”, con una comunicazione potente e autentica, che ha saputo imporsi in un mondo ancora profondamente maschile. Poi c’è Mango, definito “un grande cantante con un carattere un po’ schivo”, rimasto nel cuore della produttrice come raramente accade. E infine Tiziano Ferro, il suo trionfo più celebre: “Mi sono divertita quando dopo tanto lavoro è arrivato l’incanto del successo. La cosa che mi aiuta di più è ‘avevo ragione’. Siamo tutti un po’ presuntuosi, ci piace avere ragione”.
Una frase che suona come un manifesto. E che, nel caso di Maionchi, è difficile contestare.
